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It Isn’t Immaterial, Stupid! The Unbearable Materiality of the Digital

Maurizio Bolognini, Dep, 1992-1998. Programmed machines
Domenico Quaranta, “It Isn’t Immaterial, Stupid! The Unbearable Materiality of the Digital”, in Artecontexto, Issue 2, 2009, pp. 35 – 41.
I always had problems with the presumed “immateriality” of the digital. First of all because, in the years of the “new media” hype, it has always been sold as a novelty, and as a problem. Second, because it is not true. Hey guys, immateriality in art is all but new: I’m glad to inform you that Yves Klein’s Zones of immaterial pictorial sensibility belong to the Sixties, and that Lucy Lippard wrote about it in the same years (1973). And it’s not a problem. If we are talking about market and salability, well… Tino Sehgal’s works are immaterial, and they sell quite well; and if we are talking about preservation, when a museum curator is able to preserve a video, a neon sculpture or an installation by, let’s say, Mario Merz, he just need a couple of tips and tricks in order to preserve digital art. As Christiane Paul pointed out for new media art [1], digital code may be computable, process oriented, time based, dynamic, real-time, participatory, collaborative, performative, modular, variable, generative, customizable. But not immaterial.
John F. Simon, Jr.

John F. Simon, Jr. CPU, 1999
Domenico Quaranta, “John F. Simon, Jr.”, in Flash Art, n° 275, April – May 2009, p. 48.
John F. Simon, Jr. è un disegnatore instancabile. Come i suoi algoritmi, non smette mai di produrre immagini. All’opening della sua personale alla Collezione Maramotti, che raccoglie cinque opere acquisite nel corso degli anni, Simon se ne stava in un angolo, chiacchierando e tracciando a penna, sul catalogo che la gente gli porgeva per un autografo, un fluire infinito di rettangoli decorati a losanga che proseguiva da un libro a un altro.
Media digitali e pratica del disegno

John F. Simon
Domenico Quaranta, “Media digitali e pratica del disegno”, first published in Titolo, N° 54, Autumn 2007, pp. 11 – 13
“Smart artists make the machine do the work!”1
Personale, intimo, istintivo. Da sempre, il disegno è la forma più diretta e immediata di comunicazione visiva, quella a cui gli artisti affidano le loro idee ancor prima che prendano forma. È la prima che impariamo, e quella di più lunga tradizione, tanto nella storia personale quanto in quella collettiva dell’uomo. Può richiedere strumenti molto evoluti, ma continua a esistere anche nella sua forma più elementare; e anche nella sua forma più elementare – lo scarabocchio tracciato distrattamente con la penna a sfera su un Post-it, continua a rivelare, del suo autore, più di quanto egli stesso non voglia dire.
Tutti questi, è ovvio, sono stereotipi. Proprio per la sua versatilità, il disegno è stato – e continua ad essere – molte cose: tecnica e improvvisazione, linea e chiaroscuro, segno e traccia, culmine della razionalità e registrazione dell’inconscio. “Il disegno è l’onestà dell’arte”, ha detto Ingres; “Il disegno è inganno”, ha detto Escher. Basterebbero queste due citazioni a dimostrare che stiamo semplificando troppo. D’altronde, è proprio a uno stereotipo che vogliamo fare riferimento; a un concetto diffuso di disegno, ben riassunto dalle parole di Matisse: “il disegno è, prima di tutto, uno strumento di espressione di sentimenti e sensazioni personali.” Uno stereotipo che l’utilizzo dei media digitali e della Rete sembrano sovvertire sotto vari punti di vista.




