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Media digitali e pratica del disegno

John F. Simon
Domenico Quaranta, “Media digitali e pratica del disegno”, first published in Titolo, N° 54, Autumn 2007, pp. 11 – 13
“Smart artists make the machine do the work!”1
Personale, intimo, istintivo. Da sempre, il disegno è la forma più diretta e immediata di comunicazione visiva, quella a cui gli artisti affidano le loro idee ancor prima che prendano forma. È la prima che impariamo, e quella di più lunga tradizione, tanto nella storia personale quanto in quella collettiva dell’uomo. Può richiedere strumenti molto evoluti, ma continua a esistere anche nella sua forma più elementare; e anche nella sua forma più elementare – lo scarabocchio tracciato distrattamente con la penna a sfera su un Post-it, continua a rivelare, del suo autore, più di quanto egli stesso non voglia dire.
Tutti questi, è ovvio, sono stereotipi. Proprio per la sua versatilità, il disegno è stato – e continua ad essere – molte cose: tecnica e improvvisazione, linea e chiaroscuro, segno e traccia, culmine della razionalità e registrazione dell’inconscio. “Il disegno è l’onestà dell’arte”, ha detto Ingres; “Il disegno è inganno”, ha detto Escher. Basterebbero queste due citazioni a dimostrare che stiamo semplificando troppo. D’altronde, è proprio a uno stereotipo che vogliamo fare riferimento; a un concetto diffuso di disegno, ben riassunto dalle parole di Matisse: “il disegno è, prima di tutto, uno strumento di espressione di sentimenti e sensazioni personali.” Uno stereotipo che l’utilizzo dei media digitali e della Rete sembrano sovvertire sotto vari punti di vista.




