Archive for the ‘REVIEWS’ Category
John F. Simon, Jr.

John F. Simon, Jr. CPU, 1999
Domenico Quaranta, “John F. Simon, Jr.”, in Flash Art, n° 275, April – May 2009, p. 48.
John F. Simon, Jr. è un disegnatore instancabile. Come i suoi algoritmi, non smette mai di produrre immagini. All’opening della sua personale alla Collezione Maramotti, che raccoglie cinque opere acquisite nel corso degli anni, Simon se ne stava in un angolo, chiacchierando e tracciando a penna, sul catalogo che la gente gli porgeva per un autografo, un fluire infinito di rettangoli decorati a losanga che proseguiva da un libro a un altro.
Paolo Chiasera – Massimo Minini, Brescia

Domenico Quaranta, ”Paolo Chiasera – Massimo Minini, Brescia”, in Flash Art, n° 274, February – March 2009, p. 112.
Tutto parte dall’invito: il finto frontespizio di un trattato scientifico ottocentesco che promette di spiegare “la sopravvivenza delle razze più forti nella lotta per la vita” raccontando “l’origine di Black Brain”. Black Brain 1 è il grande quadro (circa 4 x 3 m) che l’artista ha esposto all’ultima Quadriennale di Roma, e che qui ritorna “esploso” in una miriade di frammenti. Read the rest of this entry »
Il dominio sul petrolio

Domenico Quaranta, “Il dominio sul petrolio”, in L’Unità, November 30, 2008, p. 42.
“Il tuo obiettivo è di produrre profitto con ogni mezzo necessario”. Si apre così il tutorial di Oiligarchy, ultimo gioco dell’italiana Molleindustria, fucina che produce “commento sociale in forma di gioco” per poi iniettarlo nella rete come un virus. Liberamente scaricabile, Oiligarchy affida al giocatore le sorti di un’anonima multinazionale del petrolio, con sede negli Stati Uniti, pozzi in Texas, Venezuela e Nigeria, e mire espansionistiche su Iraq e Alaska. Read the rest of this entry »
Corsa alla Casa Bianca

Domenico Quaranta, “Corsa alla Casa Bianca”, in L’Unità, November 2, 2008, p. 41
Politica e videogiochi vanno a braccetto da tempo. A colpi di joystick o di mouse si sono combattute vere e proprie guerre, dall’Afghanistan all’Iraq al conflitto israelo-palestinese; ma anche battaglie ideologiche meno cruente come la sicurezza negli aeroporti, la precarietà, i preti pedofili. Solo nel 2003, tuttavia, un candidato alla presidenza si è spinto a commissionare un gioco di propaganda. Il candidato era Howard Dean, gli sviluppatori Persuasive Games e Powerful Robot, due team di Montevideo specializzati in giochi virali pensati come strumenti di comunicazione innovativa. La risposta repubblicana fu Tax Invaders, un clone di Space Invader in cui George W. Bush combatteva contro le tasse annunciate da John Kerry.
«La guerra è finita», peccato sia un falso

Domenico Quaranta, «La guerra è finita», peccato sia un falso, in L’Unità, November 15, 2008, pp. 36 – 37.
“Gli Stati Uniti sono il luogo dove tutto è possibile”, ha dichiarato Barack Obama nel suo primo discorso da Presidente eletto. La carica di entusiasmo e ottimismo che ha accompagnato l’elezione del neopresidente è stata presa alla lettera da un gruppo di attivisti, che la mattina di mercoledì 12 novembre hanno distribuito gratuitamente per le strade di diverse città americane (New York, ma anche Los Angeles, San Francisco, Chicago, Philadelphia e Washington), secondo l’Associated Press, qualcosa come 1 milione e 200.000 copie del New York Times, grazie all’aiuto di un migliaio di volontari. Il NYT di un mondo parallelo, in cui le promesse elettorali di Obama sono diventate realtà: l’assistenza sanitaria è gratuita, lo stipendio dei manager è stato ridotto, e soprattutto la guerra è finita. La copertina del finto NYT è presto approdata sul sito di quello vero, che si è dovuto scusare: “Ci spiace, ragazzi, il giornale non è gratuito. E la guerra in Iraq non è finita. Non ancora, almeno”. E tuttavia, il quotidiano di New York non se l’è presa a male, come del resto la maggior parte delle persone che hanno ricevuto il falso NYT all’uscita della metropolitana, cascandoci o meno. “Certo che è possibile” – dice un signore anziano in una videointervista pubblicata sul sito-clone (www.nytimes-se.com) che ha accompagnato l’uscita del finto giornale. “Ora abbiamo una occasione reale di avverare queste promesse.” “Se ci credi, è possibile”, incalza una ragazza. “È come un sogno”, commenta un giovane di colore. In effetti, per qualche ora almeno, il finto NYT è stato per l’America un sogno a occhi aperti – o, se vogliamo, la fine di un incubo di fronte a cui ha chiuso gli occhi per troppo tempo. “Merda! Te l’avevo detto che Obama l’avrebbe fatto!”, ha commentato un homeless salendo sulla metro. Spiega Franco Mattes, artista italiano a New York, che ha partecipato alla distribuzione: “è stata un’allucinazione collettiva di proporzioni gigantesche, come se avessimo versato LSD negli acquedotti di New York portando milioni di persone a credere di vivere nel futuro.”




