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Octavia Butler: La parabola dei talenti

Il primo libro che ho letto di Octavia Butler (1947 – 2006) è stato Ultima genesi (Dawn, 1987), il volume che apre il ciclo della xenogenesi e che mi ha fatto immediatamente innamorare di questa scrittrice afroamericana che negli anni Ottanta immaginava un’umanità prossima all’estinzione, salvata da una razza aliena (gli Oankali) che cerca la sopravvivenza attraverso l’ibridazione. Ho trovato stupefacente come un essere umano che ha vissuto sulla sua pelle le problematiche connesse alla diversità (la razza, il genere) fosse in grado di concepire, trent’anni prima dello xenofemminismo e di Donna Haraway, una mitologia che le supera entrambe. Senza soluzione di continuità ho letto Ritorno alla Terra (Adulthood Rites, 1988), prosecuzione del precedente, sorprendente per la sua capacità di affrontare, non più dal punto di vista individuale della protagonista di Dawn Lilith Iyapo, ma dal punto di vista sociale e collettivo, le luci e le ombre di questo processo di superamento definitivo dell’umano.

Poi ho letto altro, per prendere in mano solo di recente La parabola dei talenti (Parable of the Talents, 1998).