Categories
Reviews

Octavia Butler: La parabola dei talenti

Il primo libro che ho letto di Octavia Butler (1947 – 2006) è stato Ultima genesi (Dawn, 1987), il volume che apre il ciclo della xenogenesi e che mi ha fatto immediatamente innamorare di questa scrittrice afroamericana che negli anni Ottanta immaginava un’umanità prossima all’estinzione, salvata da una razza aliena (gli Oankali) che cerca la sopravvivenza attraverso l’ibridazione. Ho trovato stupefacente come un essere umano che ha vissuto sulla sua pelle le problematiche connesse alla diversità (la razza, il genere) fosse in grado di concepire, trent’anni prima dello xenofemminismo e di Donna Haraway, una mitologia che le supera entrambe. Senza soluzione di continuità ho letto Ritorno alla Terra (Adulthood Rites, 1988), prosecuzione del precedente, sorprendente per la sua capacità di affrontare, non più dal punto di vista individuale della protagonista di Dawn Lilith Iyapo, ma dal punto di vista sociale e collettivo, le luci e le ombre di questo processo di superamento definitivo dell’umano.

Poi ho letto altro, per prendere in mano solo di recente La parabola dei talenti (Parable of the Talents, 1998). A volte presto più attenzione a capire se un romanzo è parte di un ciclo, ma avevo entrambe le “parabole” sul Kindle, ho aperto la Parabola dei talenti un po’ a caso, e mi ha conquistato dalle prime pagine. Che continuasse la narrazione di La parabola del seminatore (Parable of the Sower, 1993) l’ho scoperto solo più tardi. A livello narrativo, il punto di forza del romanzo è sicuramente la sua molteplicità di voci narranti e la sua schizofrenia di punti di vista. La protagonista è Lauren Olamina, una ragazza di colore che, sopravvissuta a una serie di sconvolgimenti sociali che hanno interessato l’America degli anni Dieci e Venti del 2000 (epidemie, la fine dell’istruzione obbligatoria, il riemergere del radicalismo cristiano in stile Ku Klux Klan, un inselvatichimento generale della società) da vita a un nuovo culto chiamato “Il seme della terra” con cui informa una piccola comunità che si costruisce attorno a lei sui terreni del marito, chiamata “Ghianda”. Olamina è anche, come molti altri giovani americani, un’empatica: una malattia causata dall’abuso di droghe e medicinali da parte dei genitori, che la costringe a sentire il dolore (e eventualmente, la morte) degli altri come se fossero suoi. La crisi di inizio millennio è stata causata dal riscaldamento globale, che ha prodotto una tropicalizzazione del sud degli Stati Uniti. Il seme della Terra è una religione molto pratica e poco mistica: non prevede un aldilà né un dio che premia e punisce, ma concepisce dio come “cambiamento” e cerca di risolvere la vita sulla terra puntando sull’istruzione e su nuove forme di solidarietà e di aggregazione. Consapevole, tuttavia, che una religione che si rispetti deve tendere verso un obiettivo alto, Olamina gliene da uno piuttosto inverosimile negli anni Novanta, quando il libro è stato scritto: il seme della Terra deve “mettere radici nelle stelle”, deve volgere la ricerca scientifica e tecnologica (che prosegue anche in quel presente imbarbarito e pieno di contraddizioni) verso l’abbandono della Terra e la conquista dello spazio.

Tornando alla narrazione schizofrenica del romanzo: la storia di Olamina ci viene raccontata dalla figlia Larkin, che dopo la morte della madre compila frammenti dei diari tenuti da lei e dal marito tra il 1932 e il 1935 (il periodo della sua nascita e della prima affermazione del seme della Terra), inframmezzandoli a paragrafi in cui racconta la sua vita e commenta, in modo critico e ostile, quella della madre. Che il seme della Terra abbia vinto lo sappiamo fin dalle prime righe del romanzo, che inizia con la frase “Penso che ne faranno una divinità” e si conclude con la partenza delle prime navette spaziali; ma al lettore questa vittoria sembrerà inverosimile per buona parte del racconto. Ghianda cresce come una comunità arretrata e ottocentesca in un’America tecnologicamente avanzata ma culturalmente e economicamente impoverita, dove chi può emigra in Alaska o in Siberia, e dove camminare lungo l’autostrada può esporre la tua vita a grossi rischi. Sotto la guida di Jarret, un predicatore cristiano divenuto capo politico, imperversa una forma di cristianesimo radicale (l’America Cristiana) che sotto il suo velo moralistico autorizza abusi, stupri e assassini. Quando Jarret, uno dei cui motti è “Aiutaci a rendere di nuovo grande l’America!”, diventa presidente degli Stati Uniti, un gruppo di “crociati” che agiscono nella sua ombra invade Ghianda, rapisce tutti i bambini (dati in adozione a famiglie cristiane), uccide alcuni membri della comunità e schiavizza i sopravvissuti facendogli indossare dei “collari” che li privano di ogni dignità e e autocontrollo. Dopo alcuni mesi di schiavitù e abusi, Olamina e gli altri sopravvissuti riescono a ribellarsi e a fuggire, ma per sopravvivere devono disperdersi. Da questo momento, gli obiettivi principali di Olamina diventano trovare Larkin e capire come far ripartire il seme della Terra. Morto Jarret e caduta in disgrazia l’America Cristiana, il culto ripartirà lentamente ma inesorabilmente attraverso il proselitismo nomade di Olamina e dei suoi più fedeli sostenitori. Quando Larkin, rinominata Asha Vere, scopre da sola, in età adulta, l’identità della madre naturale, il seme della Terra è ormai una setta ricca e potente.

Cresciuta in una famiglia cattolica in cui la madre la odia e il padre la palpeggia fin dalla più tenera età, a 18 anni Larkin scappa di casa e finisce sotto l’ala protettrice dello zio materno, Marc. Creduto morto, trovato e comprato da Olamina in un mercato di schiavi sessuali, Marc viene iniziato al seme della Terra per rifiutarlo quasi subito; abbandona Ghianda prima dell’assalto dei crociati e viene ritrovato dalla sorella dopo la sua fuga, quando ormai è divenuto predicatore dell’America Cristiana. Ascoltato il racconto di Olamina, rifiuta di credere agli abusi dei Crociati, ma mentre la sua ascesa nella gerarchia ecclesiastica prosegue, cerca e trova Larkin, lasciandola in famiglia e rivelandosi come suo zio solo dopo la sua fuga da casa. Per anni, terrà nascosta la sua esistenza alla sorella, facendo credere a Larkin che la madre è morta. Fino al ritrovamento finale, che però non produrrà un reale avvicinamento tra madre e figlia.

Per tutto il romanzo, gli intermezzi critici di Larkin, che vede nella madre una manipolatrice tutta compresa dalla sua missione, contrastano con l’idea che di Olamina ci costruiamo (e che anche lei, in quanto “redattrice”, si deve pur essere fatta) attraverso la lettura dei suoi diari. Pieno di intuizioni geniali sul nostro presente (il global warming e le sue conseguenze, la crisi della coesione sociale, il “Make America Great Again”), La parabola dei talenti è soprattutto uno straordinario romanzo sulla problematicità dei legami famigliari e sulla imperscrutabilità dei sentimenti umani.

Qualche frase catturata qua e là:

– “Le emozioni umane non sono mai state ragionevoli”.

– “Di questi tempi proiettare le colpe è diventata quasi una forma d’arte.”

– “Le persone intelligenti e ambiziose, allo stesso tempo preda di una strana ossessione, possono essere pericolose. È inevitabile che provochino sconvolgimenti.”

– “Possiamo, ognuno di noi, fare l’impossibile, se riusciamo a convincerci che è già stato fatto.”