Al dio ortopedico

Gazira Babeli with skulls
First published in Extrart, n° 34, April – June 2008
Se Second Life è un mondo, Gazira Babeli è il suo dio. Non si spiegherebbe altrimenti la venerazione che suscita, la sua irruzione nel linguaggio comune (gazwork, gazhat, gaz-like), la sua capacità di trasformare tutto ciò che entra in contatto con lei. Persone comprese. Un dio con la “d” minuscola, dato che la maiuscola si addice ai supremi creatori, quei Linden che possono, con un colpo di mano, abbattere tutto ciò che hanno creato, probabilmente in sette giorni. Un dio minore, che scatena terremoti e tempeste di immagini. Un dio ortopedico. Alla festa che ha organizzato per la sua prima personale in una galleria, arrivavano persone che avevano indossato la sua maschera; persone dalle membra stirate, infettate dal virus di Avatar On Canvas; persone truccate, come lei, da statua d’oro, o da statua di marmo; persone intente a interpretare tutte le espressioni del loro inventario. Tutti coinvolti in un baccanale a cui ben si addicevano i brandelli di carne che piovevano dal cielo, saturando in fretta l’ambiente. Nella caligine di Locusolus, spinta dalla sua mano di macchinista crudele, l’umanità orrendamente mutila e inesorabilmente manichina, attrezzata alla meglio sé medesima come un melanconico cul-de-jatte, appare fra grandi stridori e cigolamenti sui vasti palcoscenici deserti, guardati a vista dai pesanti scatoloni dei casamenti pieni di caldo e di buio. Ivi l’homo orthopedicus sgrana con voce di carrucola una sua parte impossibile alle statue diseredate dell’antico Egitto. Sotto il torbido smeraldo del cielo i miti ellenici decapitati presentano credenziali alle lattine di zuppa Campbell’s; le civiltà si riecheggiano, i grattacieli di marmo si alleano ai rubinetti delle discariche, mentre Duchamp e Ulay s’intendono al primo sguardo del loro unico occhio artificiale.
Abita l’homo hortopedicus in appartamenti che alla prima credereste disabitati. Call center abbandonati in epoca di vacanze; cripte postmoderne zeppe di armamentario fetish, fatto salvo per le lastre di marmo che inneggiano all’arte povera, per poi mettersi a saltare al primo tremito della terra; ospedali psichiatrici dove le pelli degli internati sono stese ad asciugare; sicché non resta, durante la canicola, che appendere un nudo oleografico di Cicciolina in cima alle scale, sperando che un altro, presto, ne prenda il posto. Altrove, uno scricchiolio lento vi avverte che un furry, per la noia del teletrasporto, si è messo a interpretare pose sadomaso sulla porta dell’Inferno di Rodin, che il l’artista new media si è fatto intrappolare da un tornado, che il newbie si è fatto spedire a migliaia di metri di altezza e via discorrendo.
Se già non fosse chiaro che questo atroce e strambo utilizzo di un mondo virtuale non può che essere arte, verrebbe la voglia di chiedere cosa c’entrano De Chirico e Longhi con Gazira Babeli.
C’entrano, eccome. Per Gazira Babeli, come per Giorgio de Chirico, la tradizione è un punto di riferimento obbligato, ma anche uno dei principali affluenti di quella discarica dell’immaginario in cui la statua classica e il biscotto ferrarese, Nefertiti e Cicciolina riposano, pronte a entrare a far parte di un discorso nuovo. Cercherete invano di farla parlare di cyborg, di software e di altre quisquilie di questo tipo: lei dirà pittura, scultura, teatro. Per questo, e non per altro, Gazira passa come un dio in un mondo di manichini (altrimenti detti avatar). Perché è, a modo suo, un classico.




