«La guerra è finita», peccato sia un falso

Domenico Quaranta, «La guerra è finita», peccato sia un falso, in L’Unità, November 15, 2008, pp. 36 – 37.
“Gli Stati Uniti sono il luogo dove tutto è possibile”, ha dichiarato Barack Obama nel suo primo discorso da Presidente eletto. La carica di entusiasmo e ottimismo che ha accompagnato l’elezione del neopresidente è stata presa alla lettera da un gruppo di attivisti, che la mattina di mercoledì 12 novembre hanno distribuito gratuitamente per le strade di diverse città americane (New York, ma anche Los Angeles, San Francisco, Chicago, Philadelphia e Washington), secondo l’Associated Press, qualcosa come 1 milione e 200.000 copie del New York Times, grazie all’aiuto di un migliaio di volontari. Il NYT di un mondo parallelo, in cui le promesse elettorali di Obama sono diventate realtà: l’assistenza sanitaria è gratuita, lo stipendio dei manager è stato ridotto, e soprattutto la guerra è finita. La copertina del finto NYT è presto approdata sul sito di quello vero, che si è dovuto scusare: “Ci spiace, ragazzi, il giornale non è gratuito. E la guerra in Iraq non è finita. Non ancora, almeno”. E tuttavia, il quotidiano di New York non se l’è presa a male, come del resto la maggior parte delle persone che hanno ricevuto il falso NYT all’uscita della metropolitana, cascandoci o meno. “Certo che è possibile” – dice un signore anziano in una videointervista pubblicata sul sito-clone (www.nytimes-se.com) che ha accompagnato l’uscita del finto giornale. “Ora abbiamo una occasione reale di avverare queste promesse.” “Se ci credi, è possibile”, incalza una ragazza. “È come un sogno”, commenta un giovane di colore. In effetti, per qualche ora almeno, il finto NYT è stato per l’America un sogno a occhi aperti – o, se vogliamo, la fine di un incubo di fronte a cui ha chiuso gli occhi per troppo tempo. “Merda! Te l’avevo detto che Obama l’avrebbe fatto!”, ha commentato un homeless salendo sulla metro. Spiega Franco Mattes, artista italiano a New York, che ha partecipato alla distribuzione: “è stata un’allucinazione collettiva di proporzioni gigantesche, come se avessimo versato LSD negli acquedotti di New York portando milioni di persone a credere di vivere nel futuro.”
In realtà, il finto NYT, per quanto credibile (14 pagine fitte di articoli scritti sotto pseudonimo da veri giornalisti), conteneva in sé alcuni dettagli che rivelavano la finzione: la data innanzitutto (4 luglio 2009), alcune notizie incredibili (Bush accusato di alto tradimento), riferimenti a decine di organizzazioni progressiste, e soprattutto la maquette che apre il giornale (“Tutte le notizie che vorremmo stampare”, che sostituisce quella del New York Times “Tutte le notizie che vale la pena di stampare”). Un’edizione utopica, dunque, ma anche qualcosa di più. “A questo punto, dobbiamo spingere più che mai” spiega Bertha Suttner, uno degli autori del falso giornale. “Dobbiamo essere sicuri che Obama e gli altri Democratici facciano quello per cui li abbiamo eletti. Dopo otto, o forse ventott’anni di inferno, dobbiamo cominciare a immaginare il paradiso.”
Ma come tutto ciò è stato possibile? Lo stesso 12 novembre, la beffa è stata rivendicata con un comunicato stampa dal collettivo americano The Yes Men, già noto per aver clonato vari siti e per aver “interpretato”, in diverse occasioni pubbliche e sui media, organizzazioni e corporation come il WTO, Halliburton ed ExxonMobil (sulla vicenda è uscito anche, nel 2004, un divertentissimo documentario). Secondo fonti attendibili, gli Yes Men avrebbero collaborato con diverse associazioni di attivisti, in particolare l’Anti Advertising Agency. Alla redazione del sito avrebbe invece partecipato un misterioso collettivo italiano noto come Les Liens Invisibles, che ha creato, qualche mese fa, un servizio di blog che mette a disposizione diversi modelli di siti plagiati (fra cui quello di Repubblica e del NYT, appunto). Del resto, l’iniziativa ha qualcosa di molto italiano: chi non ricorda le false copertine del Male? Le cifre indicate nel comunicato – peraltro riprese dall’Associated Press e da diverse testate, tra cui il NYT e il Washington Post – sembrano piuttosto inverosimili – stampare un milione di copie costa molto di più dei 100.000 dollari dichiarati dagli autori della beffa. Ma non è questo il punto. Il punto è che Obama ci ha dato un sogno, e ora deve trasformarlo in realtà. E che l’America, che ai sogni ci crede, lo tiene d’occhio. “Abbiamo cambiato la realtà, e convinto milioni di persone, anche solo per una giornata, che tutto è cambiato.”




